Esempi di ecologia dal mondo: la Danimarca

L’energia eolica

Secondo i dati raccolti negli ultimi cinque anni, la Danimarca sembra aver ridotto drasticamente e messo da parte l’utilizzo dei combustibili fossili in favore dell’utilizzo dell’energia eolica, per raggiungere il primato del livello più basso di emissioni di CO2; già da prima del 2015, infatti, lo Stato Danese, attraverso l’istallazione di più di 5000 pale eoliche, fornisce ai cittadini energia pulita, lontana dagli sprechi e dall’inquinamento urbano e industriale. In moltissimi casi, nel corso degli anni, in alcuni periodi dell’anno, si è arrivati a coprire più del 100% della domanda energetica.
Ma la forza trainante degli “ideali puliti” della Danimarca è rappresentata dalla volontà di non fermarsi a questi risultati: infatti, entro il 2020, le alte cariche dello stato, investiranno ulteriormente sull’energia eolica, per arrivare ad un consumo del 50% della stessa, a discapito dell’utilizzo di quei combustibili che stanno disintegrando le aspettative di sopravvivenza della natura e dell’ambiente del globo.

CO(2)PENAGHEN: la città ecosostenibile

Non a caso, la Danimarca si posiziona tra i primi tre paesi al mondo in materia di ecologia, e la sua capitale Copenaghen è tra le città più ecosostenibili e verdi. Circa il 90% dei cittadini ha in dotazione una bicicletta personale, chiunque non la abbia ha la possibilità di utilizzare un servizio di bike sharing “gratuito” offerto dalle iniziative statali. Anche per quanto riguarda l’attenzione per le emissioni, sono messe a disposizione dei cittadini automobili elettriche e a idrogeno, facilmente trovabili in giro per la città.
Lo Stato si impegna da decenni nella trasmissione di ideali “green”, con un’attenzione particolare e una cura notevole per il verde della città: moltissimi sono i parchi in cui turisti e cittadini possono recarsi per respirare aria pulita, passeggiare in compagnia, pedalare e mantenersi in forma o semplicemente immergersi nella natura e nei suoi panorami, offerti dalle splendide ambientazioni nordiche.

Certo è che la cura dei danesi nei confronti dell’ambiente non è una semplice casualità o una forzatura da parte dello Stato; infatti l’educazione e l’informazione in questo campo, li ha portati ad essere tra i primi consumatori dei famosi prodotti “bio”, di cui si sente parlare molto anche dalle nostri parti ma con effetti e risultati notevolmente minori.

Conclusioni

Le amministrazioni locali non lasciano i cittadini in balia delle proprie personali decisioni, danno delle direttive utili, in funzione di una estrema cura della natura e di tutto ciò che la terra ci offre.
Sintetizzando, l’attenzione nei confronti del patrimonio naturale della nostra terra, non può semplicemente od esclusivamente venire da motivazioni personali e singoli ideali; c’è bisogno di direttive ed indicazioni da chi, attraverso la creazione di progetti reali e “puliti”, possa portare nelle vite dei cittadini nuove idee e un miglioramento dello stile di vita.

Gennaro Sarnelli

Gli effetti dei colori sulla nostra mente tra studio, arte e marketing

“Il colore è un mezzo per influenzare direttamente un’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. E’ chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima. Questo fondamento si può definire principio della necessità interiore.” – Vasilij Kandinskij

Da ben undici anni, il sei maggio è la giornata internazionale del colore; più specificamente, il World Kids Colouring Day, un giorno durante il quale tutti i bambini del mondo sono invitati ad usare pennarelli, pastelli e colori per immaginare un mondo migliore e per rendere più vivo e colorato quello in cui viviamo.

Un mondo a colori

Non sempre il mondo è stato così tanto colorato; fino al ventesimo secolo, era ben difficile e decisamente costoso procurarsi dei pigmenti da cui ricavare dei colori. E’ soltanto negli ultimi cento anni che i colori sono stati resi effettivamente accessibili alla massa, grazie alla produzione di colorazioni non organiche e più facilmente reperibili.

Tra mente e Spirito

Vasilij Kandiskij, celeberrimo artista russo, si dedicò per molto tempo allo studio dei colori. Analizzandoli e studiandoli, arrivò alla conclusione i colori fossero strettamente legati alla sfera spirituale dell’uomo, e che l’arte che quei colori producevano influenzasse direttamente lo spirito. Il colore, per Kandinskij, ha una forza psichica, fa emozionare, tocca le corde dell’animo umano.

L’artista aveva collegato ogni colore ad una determinata sensazione, ad una ben definita emozione: il rosso è vivo, inquieto e acceso; il verde invece quieto e immobile. Il marrone è materno e femminile mentre il nero è terra arsa, morta, che niente può aver più a che vedere con la vita. E infine se il grigio è immobilità ed incertezza, qualcosa che non è nero e nemmeno bianco, il bianco è invece una possibilità, un vuoto carico di promesse: “così” scrive il pittore “risuonava forse la terra nei bianchi periodi dell’era glaciale”.

Il marketing del color

Naturalmente Vasilik Kandinskij non è stato l’unico ad indagare sulle proprietà del colore. I colori ci toccano ed influenzano: non a caso più del quaranta percento del nostro cervello è dedicato all’elaborazione visiva.

Oggi sappiamo che, a seconda della cultura in cui viviamo e siamo stati immersi sin da bambini, ogni colore scatena in noi una ben determinata sensazione. Conoscere questi effetti ha permesso di sviluppare vere e proprie strategie di marketing basate sull’associazione di determinati prodotti, siti internet e oggetti a colori specifici.
Il colore è infatti la prima cosa che attira la nostra attenzione quando ci rechiamo ad acquistare qualcosa. Inoltre, diverse indagini hanno sottolineato come associare un prodotto ad un colore lo renda più riconoscibile al pubblico.

Come percepiamo i colori

Tutti coloro che sono vissuti in un paese di cultura occidentale hanno imparato, nel corso della loro vita, ad associare ogni colore ad una sensazione.

– Il giallo è il colore dell’ottimismo e della gioventù, è associato istintivamente al sole, alla chiarezza, al calore e all’estate. E’ un colore che cattura l’attenzione, stimola l’attività cerebrale e per questo viene spesso utilizzato nelle vetrine e nei fastfood. Sono molte le aziende che hanno scelto di utilizzare il giallo nei loro simboli.

– L’arancione è un colore che trasmette allegria e buon umore, collegato alla creatività e all’entusiasmo. E’ un colore stimolante che invita all’azione e per questo viene utilizzato da aziende che invitano all’acquisto impulsivo.

– Il rosso è un colore energico e vivace ed è associato all’urgenza, alla fretta – in Giappone proprio per questo hanno dipinto le pareti dei bagni pubblici di rosso per ridurre, con successo, la permanenza degli utenti alla toilette. E’ un colore aggressivo che indica pericolo ma che richiama alla mente anche la passione, l’eros e l’aggressività. Viene spesso associato alle vendite promozionali.

– Il viola è un colore associato alla tranquillità ed alla saggezza, ma anche al lusso ed all’armonia. Ha un effetto rilassante e viene associato alla vendita di prodotti di bellezza femminili o di oggetti da utilizzare e consumare nei momenti di relax. E’ uno dei colori più apprezzati dalle donne, mentre invece alcune ricerche hanno evidenziato come il colore viola sia percepito dalla maggioranza del pubblico maschile come sgradevole. L’usanza che vuole che il viola porti sfortuna agli attori ha origine religiosa: durante la quaresima, a cui è associato il colore viola, non potevano svolgersi spettacoli.

– Il blu trasmette invece sicurezza e fiducia, pulizia ed affabilità. Viene utilizzato spesso per promuovere servizi e prodotti che hanno a che fare con il risparmio; sebbene queste caratteristiche lo rendano un colore particolarmente apprezzato, sembra che il logo di facebook sia blu per tutt’altra ragione: a quanto pare il suo creatore, Mark Zuckerberg, è daltonico e, in quanto tale, insensibile al verde ed al rosso. Era insomma inevitabile che scegliesse il blu come colore del suo logo: è l’unico che percepisce con chiarezza. Talvolta il blu viene anche associato anche ad emozioni negative, come la tristezza, la sofferenza e la malinconia.

– Il verde è il colore più associato alla natura. Richiama freschezza e gioventù, ma anche equilibrio, riflessione e fermezza. Sembra che coloro che utilizzino il verde per svolgere lavori di minuteria riescano a portare al meglio a termine il loro compito; nelle vendite è associato a prodotti che promuovono la salute, il benessere e tutto ciò che può aiutare a rilassarci.

– Il nero nel marketing viene utilizzato per proporre prodotti aggressivi e di lusso.

Adulti e bambini per un mondo colorato

In questa giornata dedicata ai colori, che si sia adulti o bambini, che si voglia disegnare un’arcobaleno o vendere un prodotto non ci resta che una cosa da fare: colorare il mondo, usare i colori per immaginare qualcosa di bello e per raccontarlo, comunicarlo, condividerlo.

Simona Lazzaro

Le mezze stagioni non esistono più

La stratosfera ci difende
L’atmosfera terrestre è composta convenzionalmente da cinque strati: termosfera, mesosfera, esosfera, stratosfera e troposfera. Al di sopra di quest’ultima, la stratosfera rappresenta quello strato, ricco di molecole di ozono, che permette un filtraggio dei raggi UV; in sostanza, i raggi solari entrando in contatto con le molecole di ozono permettono la loro scissione, per creare un doppio effetto: l’arresto dei raggi ultravioletti, estremamente dannosi per la vita, e la produzione di calore, che permette il riscaldamento verso l’alto della zona.

Il buco nell’ozono
Dalla fine degli anni ’60, a causa della grande concentrazione di poli industriali, con l’innesto delle nuove tecnologie sempre meno improntate alla tutela della natura, il buco nell’ozono è diventato un argomento molto gettonato e realmente importante. Lo strato di ozono presente nella stratosfera, infatti, a causa dell’inquinamento provocato dall’uomo nel corso della sua storia industriale, è andato man mano assottigliandosi. Per anni, i media hanno creato un vero e proprio movimento di informazione, per cercare di creare una coscienza comune e un forte senso di appartenenza al nostro pianeta, che sembra rivoltarsi contro gli stessi i quali hanno creato il suo male.
Gli effetti di un continuo aumento del buco nell’ozono sarebbero gravissimi e i cambiamenti climatici sembrano rappresentare il primo di una lunga lista di problematiche che si andrebbero a creare.
Lo scioglimento dei ghiacciai, la distruzione degli habitat della popolazione animale, la difficoltà nella gestione della fotosintesi clorofilliana da parte delle piante presenti sul globo non rappresentano un’utopia in quanto, quotidianamente, è possibile ritrovare esempi di questo genere su ogni piattaforma mediatica esistente.
Sembra però che la gravità della situazione, grazie alle scelte prese dalle alte cariche dei grandi paesi industrializzati, in materia di riduzione di emissioni e di inquinamento, si stia man mano sempre più riducendosi; il buco nell’ozono si è ridotto notevolmente nell’ultimo ventennio e, grazie alle modifiche e ai divieti apportati nel corso degli anni, i famigerati clorofluorocarburi, i gas contenuti nei frigoriferi o anche negli spray, che permettono la rottura delle molecole di ozono e la conseguente creazione del “buco”, sembrano essere un problema ormai accantonato e regolato. Bisogna sempre tenere a mente, però, quali potrebbero essere le conseguenze devastanti per il globo, senza lasciarsi rilassare da queste questi cambiamenti positivi che, nei prossimi tempi, potrebbero portarci a dei miglioramenti effettivi e reali.

Pare che tutto sia nelle mani dell’uomo. Le mezze stagioni non esistono più e sembra che tutti si siano abituati a parlarne come se si trattasse di normalità, di una conseguenza naturale del corso della vita del pianeta. In effetti il buco nell’ozono è andato creandosi inizialmente per cause naturali, ma il suo netto peggioramento è stato unicamente edificato dalla natura dannosa e dalla speculazione dell’uomo, concentrato più negli affari che nella conservazione dei beni naturali e di un pianeta che riesce a donarceli ma che non è più intenzionato a dare chance e possibilità.

La forza della natura è devastante… meglio non farla arrabbiare.

Gennaro Sarnelli

Le nuove misure europee sul consumo della plastica

Anno dopo anno, le immagini ricorrenti di spiagge e scorci marini rovinati dalla piaga dell’inquinamento creato dall’uomo stesso in persona, riempiono non solo le pagine dei tanto amati social network ma dell’Internet in generale. Secondo le stime del WWF il 95% dei rifiuti in mare aperto del Mediterraneo è rappresentato dalla plastica.
Sembra che tutti conoscano concretamente il problema, molti credono di averlo realmente compreso, pochi hanno deciso di sposare la causa, realisticamente nessuno riesce a trovare delle soluzioni e provare a risolvere la questione. Per il bene dell’umanità e per amore del globo e dei suoi beni, sia chiaro.

Le proposte dell’ Unione Europea

Per queste motivazioni, l’inquinamento dell’ecosistema marino causato specialmente dall’utilizzo di prodotti usa e getta di plastica, è diventato argomento di dibattito anche alle sessioni del parlamento europeo di Strasburgo. La discussione parlamentare è stata incentrata su gli ultimi dati raccolti a riguardo, specialmente sulla constatazione del fatto che solo il 30% di 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, di tutta l’Europa, sia davvero riciclabile. Le votazioni, che hanno visto 571 deputati a favore della proposta di controllare e gestire al meglio la situazione, hanno portato alla messa al bando, entro il 2021, di prodotti di plastica usa e getta, come ad esempio cotton fioc e stoviglie fatti di questo materiale. Queste sono alcune delle nuove risoluzioni create dai parlamentari, insieme con la fabbricazione di prodotti fatti con materiali sostenibili e perfettamente riciclabili, anche per quanto riguarda il mondo della pesca. Dopo le disposizioni del 2015 che riguardano l’abolizione dei sacchetti di plastica dal commercio, l’UE sembra essersi accorta ulteriormente della rovina che si sta progressivamente creando nei suoi mari e sulle coste dell’Europa intera, un disastro che farà ogni giorno sempre più fatica a cessare di esistere.
Sarà impegno di ogni nazione membra cercare di ridurre drasticamente l’utilizzo della plastica, al fine di provare a salvare quell’ecosistema, flora e fauna comprese, che chiede disperatamente aiuto, da quasi mezzo secolo.

Essere partecipi significa contribuire

Le campagne di sensibilizzazione da parte di organizzazioni interessate alla salvaguardia del mar Mediterraneo e delle specie animali che lo popolano, con le numerosissime petizioni lanciate dalle stesse per creare un movimento compatto di consapevolezza, come quella del WWF “#stopplasticpollution”, che prevede la creazione di un Trattato Globale per una risoluzione concreta di questa problematica, soprattutto non unicamente chiacchierata, non sembrano ancora aver creato gli effetti aspettati. La pressione da parte di queste organizzazioni sembra essere ulteriormente aumentata a causa della mancanza di impegni significativi da parte delle autorità, confidando in un intervento tempestivo, nella speranza di un miglioramento generale del livello di inquinamento delle acque continentali.

E tu, non lo cercheresti un modo per provare a mantenere la tua casa sempre pulita ?

Gennaro Sarnelli

Il Giappone in pillole: lezioni di ecologia e senso civico

Immerso in paesaggi naturali e panorami mozzafiato, circondato dall’Oceano Pacifico, tra isole vulcaniche e montuose, l’arcipelago del Giappone e gli abitanti che lo popolano puntano sulla tutela e la conservazione dell’ambiente e dei suoi patrimoni. I problemi ambientali sono stati all’ordine del giorno sin dagli anni 90: infatti nel 1993, con la promulgazione della Legge fondamentale per l’ambiente, è stata scandita precisamente la volontà di mettere un punto fisso all’inquinamento e allo smog dei grandi centri abitati giapponesi. Questa soluzione ha portato al paese, oltre che il beneplacito delle organizzazioni per la lotta all’inquinamento, numerosi miglioramenti: ce ne sono stati dal punto di vista del risparmio energetico, nella limitazione di emissioni industriali, nell’informazione e promozione del riciclaggio e in altre dinamiche risolutive nella vita quotidiana di ogni cittadino. Inoltre, dal 2011, a distanza di pochi mesi dal disastro di Fukushima, dove, a causa del terremoto e maremoto del Tōhoku, ci furono quattro esplosioni della sua centrale nucleare, con il seguente sversamento in mare di rifiuti e scarti tossici, grazie all’intervento di Greenpeace e attraverso manifestazioni che hanno mobilitato tutta la popolazione è stata messa in discussione e in risalto la gestione dei rifiuti industriali e la questione dell’inquinamento che ne deriva.

SE SPORCHI, PULISCI

La grande civiltà della società Giapponese insieme con i suoi valori, tramandati di generazione in generazione, hanno permesso che un processo di informazione e di tutela dei suoi beni naturali fosse portato a compimento in ogni sua forma. Un esempio lampante della trasmissione di questi valori è stato quello dei mondiali del 2018, quando i tifosi della compagine nipponica, al termine di ogni partita, erano soliti rimanere all’interno dello stadio fino a quando non fossero stati ripuliti interamente i settori da loro occupati da ogni genere di immondizia e sporcizia create, durante il match al quale assistevano; quelle immagini, che hanno fatto il giro del mondo, rappresentano una questione di mentalità completamente differente, a volte opposta rispetto alla visione occidentale, totalmente lontana dalla pura visibilità mediatica, con l’intenzione di lasciare un messaggio ben preciso.
Un consiglio da accettare e da non sottovalutare.

UN SOGNO CHE DIVENTA REALTA’

Tokyo ospiterà i Giochi della XXXII Olimpiade; in vista di questa vetrina e di questo grandissimo evento che vedrà la capitale nipponica protagonista di una vastità di scambi culturali, il Giappone si è impegnato nella creazione e nel lancio sul mercato, dal 2015, di autobus e di un’automobile “a celle combustibili”, che utilizzano come carburante l’elemento più presente sulla superficie terrestre, l’acqua. Queste vetture ad idrogeno  rappresentano un grandissimo traguardo per la tecnologia Giapponese,in linea con i processi di informazione e con il sistema di valori promulgato nel corso dei decenni dalle autorità per la popolazione. Con soli cinque kilogrammi di idrogeno, per quanto riguarda le automobili comuni, sarà possibile percorrere circa cinquecento kilometri, una scelta che non si può considerare del tutto economica ma che potrebbe portare ad un alleggerimento nei processi di inquinamento, specialmente nel campo delle emissioni. Solo da quest’anno sarà possibile trovare “Mirai”, questo è il nome del prodotto automobilistico costruito ad hoc per ambientalisti e non, sul mercato italiano, grazie anche all’installazione di due distributori d’idrogeno (per il momento presente solo a Bolzano).

 

In una società inquinata dal puro scopo di lucro, questa lezione oltreoceano di civiltà e di appartenenza al proprio territorio dovrebbe motivare ognuno di noi a trovare, nel proprio piccolo, delle soluzioni nel quotidiano, per rendere le strade delle nostre città più pulite e visibilmente più curate, e perché no, provare ad essere sempre meno inquinatori di un mondo alla deriva. Il Sol levante ha molto da insegnare a chi, con la giusta apertura mentale, abbia voglia di dare una svolta nella vita di tutti i giorni, per la salute degli esseri viventi e dell’ambiente.

 

Gennaro Sarnelli

Una fattoria solare a trentasemila chilometri dalla terra: così la Cina vuole costruire entro il 2030 una stazione energetica solare

In un mondo che consuma sempre più energia elettrica la Cina ha un progetto ambizioso: quello di utilizzare l’energia solare “catturandola” direttamente nello spazio, dove i pannelli solari potrebbero avere un’ottimizzazione decisamente maggiore rispetto a quelli terrestri: secondo le stime, saranno otto volte più efficienti. Senza l’atmosfera a fare da schermo alla luce del sole, senza che fenomeni atmosferici interferiscano con la raccolta di energia, si calcola di poter raccogliere un flusso stabile di circa duemila GW di elettricità. L’assenza di atmosfera aumeterà l’efficienza dei pannelli solari del 36%, e l’assenza dell’alternanza del giorno e della notte la raddoppierà.

 

Energia pura e pulita

Dal 2021 la China Academy of Space Technology Corporation ha intenzione di iniziare le sperimentazioni presso Chongquing con l’obiettivo di creare un prototipo entro il 2025, per arrivare poi, entro il 2030, alla costruzione a trentaseimila chilometri dalla terra di una stazione energetica solare. La stazione sarà costituita da migliaia di satelliti ricoperti da pannelli solari e, una volta assemblata nello spazio, la fattoria solare sarà inserita in un’orbita geostazionaria – la sua velocità di volo coinciderà con quella della rotazione terrestre. I satelliti costituirebbero uno sciame conico che convoglierebbe l’energia raccolta attraverso un fascio di microonde ad alta intensità sulla Terra, dove sarebbe convertito poi in energia elettrica utilizzabile, inesauribile ed assolutamente pulita. Il costo per la costruzione della fattoria solare potrebbe aggirarsi intorno ai nove miliardi di euro e potrebbe iniziare a raccogliere energia a scopo commerciale dal 2040.

 

Rischi e limiti di un ambizioso progetto

Il progetto non è nuovo, ma viene periodicamente proposto dal 1960. A frenare gli entusiasmi sono state le difficoltà logistiche che accompagnerebbero la costruzione della stazione e le non del tutto dissipate preoccupazioni sugli effetti che il raggio di microonde potrebbe avere sulle strutture e sugli abitanti del nostro pianeta.

Ad oggi, trasportare i materiali nello spazio sarebbe un’operazione complicata e costosa: per questo, gli scienziati cinesi hanno proposto l’utilizzo di stampanti 3d per la creazione dei componenti necessari alla creazione dei pannelli fotovoltaici direttamente sul luogo. Inoltre, secondo alcuni esponenti della JAXA – Japan Aereospace Exploration Agency – la costruzione della struttura da parte dell’equipaggio potrebbe essere ad alto rischio, ed infatti “una fase chiave del programma sarà lo sviluppo di sitemi robotici in grado di assemblare autonomamente tutti i componenti della grande struttura orbitale.”.

Pang Zihao, ricercatore della China Academy of Space Technology, ritiene inoltre che sia necessario studiare gli effetti a lungo termine del raggio a microonde che porterebbe l’energia solare sul nostro pianeta, sebbene altri studiosi abbiano stimato che la potenza del raggio non dovrebbe essere superiore a quella del sole al mezzogiorno di un giorno estivo.
Scienziati cinesi e americani puntano sulla trasmissione dell’energia solare tramite queste microonde, ma gli studiosi russi propongono di raccogliere l’energia attraverso un laser. Se nei decenni precedenti il laser era stato nei progetti infatti considerato meno efficiente delle microonde e per questo scartato, adesso attraverso l’utilizzo di materiali come il gallio – che trasferisce energia elettrica con un’efficienza che va dal 40% al 70% – rende appetibile anche quest’altra modalità, che forse potrebbe avere meno effetti sul nostro pianeta.

Indubbiamente, il progetto cinese ha un sapore eccitante e fantascientifico. Nonostante la sua realizzazione potrebbe incontrare notevoli difficoltà e nonostante siano necessari ancora almeno dieci anni di esperimenti e tentativi, la raccolta di energia solare nello spazio potrebbe essere una delle migliori soluzioni per contrastare l’inquinamento e gli effetti del cambiamento climatico.
Simona Lazzaro

Il paese della geotermia e degli elfi: tra innovazione e tradizione, l’Islanda è un verde paradiso

Prima nell’elenco di nazioni che ha quasi azzerato l’emissione di CO2, l’Islanda è pioniera negli studi sulla geotermia pur rimanendo ancorata alle proprie tradizioni.

Secondo l’edizione del 2018 dell’Enviromental Performance Index (indice di sostenibilità ambientale, anche detto EPI), che stila una classifica delle nazioni in base al loro impegno ecologico, l’Islanda si conferma ai primi posti. La classifica, realizzata dalle università di Yale e Columbia in collaborazione con il Forum Economico Mondiale e il Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea, prende in considerazione molti parametri che considerano sia la salute ambientale – quindi la qualità dell’aria, l’impatto sulla salute, l’acqua e la potabilità – che la vitalità dell’ecosistema – che comprende la salvaguardia della biodiversità, delle fonti d’acqua e delle foreste, le modalità con cui viene prodotta energia e di pesca – e l’Islanda ha brillato in molti di questi. L’Islanda si classifica prima nell’elenco di nazioni che utilizzano quasi esclusivamente energie rinnovabili e che hanno quasi del tutto azzerato l’emissione di CO2: grazie alle caratteristiche climatiche ed alla conformazione del territorio la quasi totalità dell’energia elettrica necessaria a rifornire famiglie ed aziende proviene infatti da centrali idroelettriche (per il 73%) e dalla geotermia (27%). L’Islanda stima di poter diventare completamente carbonfree entro il 2050.

Gli studi pionienistici sulla geotermia

La geotermia rifornisce oltre il 90% delle case e dei sistemi di riscaldamento islandesi. Negli ultimi anni sono stati fatti numerosissimi passi avanti per ottimizzare la trasformazione del calore della terra in energia elettrica. L’Islanda, paese più vulcanico ha avviato pionieristici studi riguardo l’ultilizzo non di roccia solida, ma di magma per la produzione di energia, e, attraverso l’Iceland Deep Drilling Project (IDDP) si cerca di migliorare questo sistema. Perforando la crosta terrestre fino ad una profondità di cinque chilometri nella regione di Reykianes, dal 2016 sono iniziate le sperimentazioni e studi a riguardo sono ancora in corso: cercando di raggiungere materiale a temperature comprese tra i 400 e i 1000 gradi celsius, molto più prossimi al magma, si otterrebbe un’efficienza decisamente ottimizzata, riscaldando cinquantamila abitazioni invece che cinquemila, ottenendo dunque grandissime quantità di energia ad impatto ambientale decisamente ridotto. Lo studio, nato per caso, quando nel 2009 venne accidentalmente perforato un serbatoio di magma a due chilometri dalla superficie terrestre, è particolarmente innovativo per la fluidità del sistema su cui la trivellazione va ad agire. La sperimentazione, come ogni altra, non è esente da rischi: perforando la crosta terrestre si potrebbero toccare i serbatoi magmatici, generando terremoti di entità indefinibile. Il modello, parzialmente finanziato dall’Unione Europea, potrebbe essere replicato con successo in altri paesi caratterizzati da una massiccia presenza di vulcani, tra cui l’Italia.

Tra rispetto della natura e folklore: storia degli elfi in Islanda

L’Islanda tuttavia non si limita all’utilizzo ed alla ricerca di fonti rinnovabili ad alta efficienza, ma è un paese che riduce al minimo il proprio impatto ambientale. Fece particolarmente scalpore, nel 2016, la notizia dell’annullamento della costruzione di una superstrada per salvaguardare un’area naturale che, attualmente, è ancora incontaminata. Uno dei motivi per cui la costruzione è stata annullata è stata la convinzione degli abitanti secondo la quale in quelle aree vivano degli elfi. Circa l’ottanta percento della popolazione islandese crede infatti all’esistenza del piccolo popolo, mentre il restante venti percento, alla domanda diretta: “Credi negli elfi?” risponde, semplicemente: “Perché no?”. Esiste addirittura una scuola i cui corsi trattano esclusivamente di elfi e creature magiche: le leggende, in Islanda, sono davvero una faccenda seria. Ad Hafnarfjordur è presente una mappa dove sono indicati tutti i luoghi dove è possibile vedere un elfo.

Secondo la leggenda, gli elfi sono figli di Eva, la progenitrice degli uomini. Dio un giorno comunica ad Eva di una sua imminente visita, durante la quale avrebbe voluto conoscere tutti i suoi figli: la donna cerca di preparare al meglio tutti loro, lavandoli e sistemandoli, ma Dio si presenta prima che possa aver finito. Allora, affannata e disperata, chiude i figli non ancora preparati nell’armadio. Dio chiede allora ad Eva: “Sono questi tutti tuoi figli?”, e alla risposta affermativa della donna, dice: “Allora quel che è invisibile a me sarà invisibile anche agli uomini.”. All’udire queste parole Eva corre verso l’armadio e ne spalanca le ante, ma non vede più i suoi figli: sono diventati Huldfòlk, il popolo nascosto. Da allora, gli elfi sono visibili soltanto ai puri di cuore. Sembra, inoltre, che ne esistano diverse specie: a dicembre sarebbe possibile vedere gli elfi del Natale, chiamati Jolaisvenar.

Ogni casa Islandese, nel suo giardino, ha tre casette di legno in miniatura, vicine, affinché gli àlfar, gli elfi, possano dimorarvi e trovarvi riparo. Il popolo invisibile non è, secondo la tradizione, ostile agli esseri umani, ma, nel caso in cui la loro casa e i loro territori venissero deturpati dalla mano dell’uomo, potrebbero far sentire la loro disapprovazione. Ed ecco allora che le superstrade vengono annullate o deviate, che viene chiesto il permesso al piccolo popolo prima di costruire qualsiasi infrastruttura e che neanche una pietra possa essere eliminata: secondo un’altra leggenda, infatti, gli elfi, se toccati dalla luce del sole, si trasformerebbero in massi – secondo alcune fonti, non si tratterebbe degli àlfar ma dei troll; ad ogni modo, anche i ciottoli sono dunque meritevoli di rispetto per gli Islandesi.

Un fascino incontaminato e selvaggio

Chiunque visiti l’Islanda resta incantato dall’ambiente incontaminato, scosso da fenomeni naturali violenti e dall’aspetto davvero quasi magico: la fotografa spagnola Bego Antòn, che insegna a Madrid e Barcellona, ha pubblicato un libro, intitolato “The Earth is Only a Little Dust Under Our Feet” e pubblicato da Overlapse, in cui raccoglie i suoi scatti dell’Islanda, che diventano l’occasione ed il mezzo tramite cui raccontare i miti di quella terra. “Ci sono elfi in Islanda.” scrive nella prefazione. “E anche fate, unicorni, troll, nani della spiaggia, spiriti d’acqua, di montagna e fantasmi. Gli islandesi non lanciano pietre nell’aria, per paura di colpire uno di questi esseri misteriosi. Non saltano sulle pietre, nel caso un huldufolk vivesse all’interno. […] Ho viaggiato da nord a sud e da est a ovest attraverso l’isola, alla ricerca dei luoghi in cui vivono questi esseri magici. Principalmente stavo cercando le persone che riescono a vederli, chiedendo a ogni distributore di benzina, biblioteca, negozio di alimentari o hotel se c’era qualcuno nella zona che poteva comunicare con gli Esseri della Terra. Se c’è un posto in cui credere nella magia, l’Islanda è quel posto”.

Sebbene il resto d’Europa sia scettico riguardo l’esistenza del piccolo popolo è innegabile che questo loro rispetto per gli elfi si traduca anche in un rispetto per l’ambiente, ancora oggi tutelato e preservato. La tendenza alla salvaguardia dell’ambiente e dello spirito ecologista che è proprio dell’Islanda è unico, e forse è davvero frutto di una magia opera del piccolo popolo. Per quanto riguarda l’aspetto ambientalista noi tutti dovremmo ispirarci a questo paese davvero magico, dove anche l’impossibile – dagli elfi alla geotermia – può diventare realtà.

Simona Lazzaro

Il Clima sta cambiando, perché noi no?! Greta Thunberg alla COP24. “Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza”

Al fine di definire l’attuazione dell’Accordo di Parigi del 2015 (COP21), i 189 paesi firmatari insieme ad Andorra, Città del Vaticano, Brunei, Iraq e Somalia (quali ultimi presentati solo in veste di Osservatori dell’UNFCCC – Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) prendono parte alla Conferenza delle parti in Polonia, tra il 3 e il 14 dello scorso dicembre.

Nonostante abbiano sforato il termine ufficiale di 24 ore, i negoziati climatici hanno raggiunto il loro obiettivo.

 

È stato concordato: In che modo i Paesi forniranno le informazioni relative al proprio contributo nazionale per ridurre le emissioni – si tratta dei cosiddetti NDC – oltre che ulteriori dettagli sulla finanza climatica che andrà destinata alle economie di sviluppo; nuovi obiettivi in materia di finanziamento a partire dal 2025; la disponibilità di una guida e di un registro con cui è possibile comunicare ciascuna azione in merito all’adattamento dei cambiamenti climatici.

 

Caratterizzante è stato l’intervento di Greta Thunberg, la studentessa 16enne attivista svedese.

Nel discorso tenuto alla plenaria della Cop24 ha chiarito decisamente di voler agire contro i cambiamenti climatici. Ad oggi, il suo discorso è fonte d’ispirazione per milioni di attivisti in tutto il mondo. Non a caso, il discorso si imposta molto severo nei confronti di ciascun capo delle classi dirigenti mondiali, mostrandosi nel contempo emozionante.

 

Si riporta la sua traduzione:

“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente.

Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.

Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi.

Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”.

Umberto D’Andrea

 

Skolstrejk för klimatet – Storia di Greta Thunberg, la ragazza che salverà il mondo

Cinque giorni fa – il 15 Marzo 2019 – si è svolta la manifestazione “Fridays for future”, manifestazione volta a portare l’attenzione sul problema del cambiamento climatico e sensibilizzare i governi affinché agiscano prima che sia troppo tardi per il nostro pianeta. Sono stati tantissimi gli studenti che, in tutto il mondo, hanno aderito all’iniziativa.
Tutto nasce da una ragazza svedese che oggi ha sedici anni, Greta Thunberg, che adesso è addirittura stata proposta per il nobel della pace.

 

L’attivismo

Greta diventa un’attivista il 20 Agosto 2018, mese che si è rivelato caldo in modo decisamente anomalo, quando decide di non andare a scuola fino al 9 Settembre dello stesso anno, data durante la quale si sarebbero svolte le elezioni legislative. Decide dunque di manifestare davanti al parlamento della Svezia, portando con sé un cartello che recita: Skolstrejk för klimatet, “sciopero della scuola per il clima”: obiettivo della ragazza è quello di far ridurre alla Svezia le emissioni di anidride carbonica.

In seguito alle elezioni legislative, Greta torna a scuola, ma, ogni venerdì, torna a manifestare al parlamento, creando lo slogan “Fridays for future” che, grazie all’uso dei social network da parte della ragazza diventa virale e raccoglie consensi in tutto il mondo.

In occasione della “conferenza delle parti” (convegno annuale dove le parti che hanno aderito alla convenzione quadro delle nazioni unite sui cambiamenti climatici) che si è svolta a Katowice, in Polonia ed è conosciuta anche come COP24, Greta Thunberg ha pronunciato un toccante discorso riguardo il cambiamento climatico, discorso diventato in breve tempo popolarissimo su internet e che ha contribuito ad ingrossare le file di coloro che appoggiavano quello che stava già diventando un vero e proprio movimento.
“Io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza.”, dice Greta nel suo discorso. “Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro. Se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo.”.

Successivamente, Greta Thunberg ha partecipato al forum economico mondiale di Davos, tenutosi il 25 Gennaio 2019, e a numerose altre manifestazioni in città europee. Fridays for future ha portato, il 15 Marzo 2019, allo sciopero mondiale per il futuro, al quale hanno partecipato studenti di 1700 città in oltre 100 paesi del mondo.

 

La diagnosticata sindrome di Asperger in Greta Thunberg

Nel 2016 è stata diagnosticata a Greta Thunberg la sindrome di Asperger; all’epoca della diagnosi aveva tredici anni.
La sindrome di Asperger è una condizione neurobiologica caratterizzata da “deficit sociali, compromissione comunicativa, interessi ristretti e comportamenti ripetitivi con competenze cognitive e linguistiche relativamente preservate”, come leggiamo sul sito di ASAItalia – Associazione Sindrome Asperger. Nel DSM-V (manuale diagnostico per i disturbi mentali) la sindrome di Asperger rientra nell’ombrello della definizione di “Disturbo dello spettro Autistico”. Viene considerata una forma dello spettro autistico ad alto funzionamento: coloro che ne sono affetti non presentano ritardi significativi nel linguaggio né tantomeno delle abilità cognitive – sono anzi spesso precoci nell’acquisizione dell’abilità di lettura (iperlessia) e le abilità numeriche.

Coloro che sono affetti dalla sindrome di Asperger desiderano spesso socializzare ma, non riconoscendo il cosiddetto “hidden curriculum”, cioè tutta quella serie di comportamenti e convenzioni sociali non scritte che tutti conoscono, spesso lo fanno in modo bizzarro. Non imparano facilmente dall’esperienza, per cui capita di frequente che perseverino nei loro comportamenti bizzarri e che si sentano a disagio nella situazioni sociali, che, tuttavia, desiderano. Sviluppano spesso un interesse specifico, e l’oggetto del loro interesse è spesso da loro conosciuto fin nel minimo dettaglio, anche quello più insignificante.

Nel caso di Greta è evidente che una delle sue aree di interesse sia stato l’ambiente, e a questo si è dedicata con tutta se stessa. La ragazza non ha mai avuto difficoltà nel dichiarare di essere affetta dalla sindrome di Asperger, ed anzi ha dichiarato in più di un occasione che probabilmente è stato proprio il disturbo a renderla capace di tanta determinazione nel perseguire i suoi obiettivi. “Vedo il mondo in modo leggermente diverso, secondo un’altra prospettiva.” dichiara Greta “Ho un interesse speciale. E’ frequente che le persone nello spettro autistico abbiano interessi speciali.”. In un’altra occasione, la ragazza riconosce che non sarebbe stato possibile, per lei, portare avanti la sua battaglia se non fosse stata affetta dalla sindrome. “Lavoro e penso in maniera un po’ diversa. Mentre era facile, per chiunque altro, dimenticare questa terribile immagine di un orso polare che muore di fame, mostrataci in classe, io non sarei stata più in grado di guardarmi allo specchio, se avessi lasciato perdere.”.

Il discostarsi di Greta dalla neurotipicità, il suo essere differente, è stato dunque non un freno, ma una marcia in più: una diversità che si è fatta ricchezza e che ha permesso alla giovanissima attivista di mobilitare, nella manifestazione del quindici marzo, di centinaia di migliaia di persone.

 

Le polemiche

La partecipazione alla manifestazione che ha preso il via dalla tenacia della giovane Greta è stata davvero massiccia, tuttavia non sono mancate le polemiche ispirate alla figura della ragazza.

Nei giorni successivi alla manifestazione è stata infatti diffusa su internet una foto dell’attivista, a bordo di un treno, che pranzava – foto pubblicata dalla stessa Greta sul suo profilo Instagram, in cui si vedono alcuni contenitori di plastica. La ragazza è stata accusata di incoerenza, ma lei ha prontamente risposto alle accuse: “Abbiamo fatto un viaggio di trentadue ore in treno. Dovevamo mangiare qualcosa, e questi prodotti si vendono appunto imballati, non potevamo portarci tutto da casa. E’ un buon segno che mi odino” ha aggiunto “perché vuol dire che mi percepiscono come una minaccia.”.
Altra polemica di cui è stata protagonista Greta Thunberg è stata quella legata all’uscita del libro della madre, Malena Ernman, celebre cantante lirica, dal titolo “Scenes from the heart”, in cui parla dell’autismo della figlia. I detrattori della ragazza, primo fra tutti Andreas Henriksson, un giornalista tedesco, hanno insinuato che la battaglia per il clima che Greta porta avanti sia stata solo una scusa per pubblicizzare il libro della madre: peccato che, però, nel libro non si parli di lei, ma della sorella Beata. Nelle ultime settimane è stato più volte smentita l’esistenza di qualsiasi rapporto tra il libro di Malena Ernman e la lotta per la salvaguardia dell’ambiente della figlia Greta.

In Italia la polemica ha poi raggiunto una dimensione decisamente paradossale: tra chi l’ha paragonata ad un personaggio di un film dell’orrore – salvo poi scusarsi qualche giorno dopo – e chi ha detto che la metterebbe sotto con la macchina – giustificandosi definendo l’affermazione come satira e voluta esagerazione – c’è persino chi la lega a Rockefeller e Rothschild, in quella che oramai è diventata la prevedibile prassi complottista, e chi infine, sfidando qualsiasi buonsenso, ingrandisce a dismisura le foto della povera ragazza per dimostrare la sua appartenenza al popolo dei “rettiliani”. E ancora, c’è chi ha deciso arbitrariamente che una sedicenne sia troppo piccola per avere delle proprie idee e dei propri ideali, asserendo dunque, in una serie di improbabili voli pindarici non basati su nessun fatto, che c’è sicuramente chi “muove i fili” di Greta. Impossibile evitare infine di citare la bufala, circolata all’indomani della manifestazione del quindici marzo, secondo cui i manifestanti italiani avrebbero lasciato le strade piene di spazzatura dopo il loro passaggio, bufala ampiamente smentita.

Ma perchè la figura di Greta Thunberg scatena tanto astio?

Probabilmente perché la battaglia per la salvaguardia dell’ambiente e la lotta al riscaldamento globale costringe tutti, dai potenti del mondo al cittadino qualunque, a rimettere in discussione se stesso e le proprie abitudini. La voce di Greta Thunberg è una voce certamente scomoda e che scuote proprio perché il messaggio che porta è semplice e lineare, alla portata di tutti: non abbiamo molto tempo, e dobbiamo fare qualcosa per salvare il nostro pianeta.

Non esiste, come ha fatto spesso notare la ragazza durante i suoi interventi, un pianeta di riserva, e se non ci muoviamo tutti in qualche modo per cambiare le cose siamo condannati alla fine. Le parole di Greta Thunberg sono chiaramente vere, ma accettarlo vorrebbe dire ammettere i propri errori da parte delle generazioni che hanno preceduto quella della ragazza, e in molti trovano più facile negare la realtà, persino attraverso i complotti rettiliani, che accettare le proprie responsabilità; è molto più semplice diffamare Greta e i giovani che hanno aderito al suo movimento, anche attraverso delle menzogne, che accettare di essere parte del grave problema che ci affligge e che, se non risolto, ci porterà alla rovina e persino all’estinzione.
Controversa, precoce, determinata: come la si voglia definire, Greta Thunberg è sicuramente riuscita a scuotere le coscienze di tutti e, forse, come in molti dicono e scrivono, salverà davvero il mondo.

                                                                                                                                          Simona Lazzaro