Esempi di ecologia dal mondo: la Danimarca

L’energia eolica

Secondo i dati raccolti negli ultimi cinque anni, la Danimarca sembra aver ridotto drasticamente e messo da parte l’utilizzo dei combustibili fossili in favore dell’utilizzo dell’energia eolica, per raggiungere il primato del livello più basso di emissioni di CO2; già da prima del 2015, infatti, lo Stato Danese, attraverso l’istallazione di più di 5000 pale eoliche, fornisce ai cittadini energia pulita, lontana dagli sprechi e dall’inquinamento urbano e industriale. In moltissimi casi, nel corso degli anni, in alcuni periodi dell’anno, si è arrivati a coprire più del 100% della domanda energetica.
Ma la forza trainante degli “ideali puliti” della Danimarca è rappresentata dalla volontà di non fermarsi a questi risultati: infatti, entro il 2020, le alte cariche dello stato, investiranno ulteriormente sull’energia eolica, per arrivare ad un consumo del 50% della stessa, a discapito dell’utilizzo di quei combustibili che stanno disintegrando le aspettative di sopravvivenza della natura e dell’ambiente del globo.

CO(2)PENAGHEN: la città ecosostenibile

Non a caso, la Danimarca si posiziona tra i primi tre paesi al mondo in materia di ecologia, e la sua capitale Copenaghen è tra le città più ecosostenibili e verdi. Circa il 90% dei cittadini ha in dotazione una bicicletta personale, chiunque non la abbia ha la possibilità di utilizzare un servizio di bike sharing “gratuito” offerto dalle iniziative statali. Anche per quanto riguarda l’attenzione per le emissioni, sono messe a disposizione dei cittadini automobili elettriche e a idrogeno, facilmente trovabili in giro per la città.
Lo Stato si impegna da decenni nella trasmissione di ideali “green”, con un’attenzione particolare e una cura notevole per il verde della città: moltissimi sono i parchi in cui turisti e cittadini possono recarsi per respirare aria pulita, passeggiare in compagnia, pedalare e mantenersi in forma o semplicemente immergersi nella natura e nei suoi panorami, offerti dalle splendide ambientazioni nordiche.

Certo è che la cura dei danesi nei confronti dell’ambiente non è una semplice casualità o una forzatura da parte dello Stato; infatti l’educazione e l’informazione in questo campo, li ha portati ad essere tra i primi consumatori dei famosi prodotti “bio”, di cui si sente parlare molto anche dalle nostri parti ma con effetti e risultati notevolmente minori.

Conclusioni

Le amministrazioni locali non lasciano i cittadini in balia delle proprie personali decisioni, danno delle direttive utili, in funzione di una estrema cura della natura e di tutto ciò che la terra ci offre.
Sintetizzando, l’attenzione nei confronti del patrimonio naturale della nostra terra, non può semplicemente od esclusivamente venire da motivazioni personali e singoli ideali; c’è bisogno di direttive ed indicazioni da chi, attraverso la creazione di progetti reali e “puliti”, possa portare nelle vite dei cittadini nuove idee e un miglioramento dello stile di vita.

Gennaro Sarnelli

Le mezze stagioni non esistono più

La stratosfera ci difende
L’atmosfera terrestre è composta convenzionalmente da cinque strati: termosfera, mesosfera, esosfera, stratosfera e troposfera. Al di sopra di quest’ultima, la stratosfera rappresenta quello strato, ricco di molecole di ozono, che permette un filtraggio dei raggi UV; in sostanza, i raggi solari entrando in contatto con le molecole di ozono permettono la loro scissione, per creare un doppio effetto: l’arresto dei raggi ultravioletti, estremamente dannosi per la vita, e la produzione di calore, che permette il riscaldamento verso l’alto della zona.

Il buco nell’ozono
Dalla fine degli anni ’60, a causa della grande concentrazione di poli industriali, con l’innesto delle nuove tecnologie sempre meno improntate alla tutela della natura, il buco nell’ozono è diventato un argomento molto gettonato e realmente importante. Lo strato di ozono presente nella stratosfera, infatti, a causa dell’inquinamento provocato dall’uomo nel corso della sua storia industriale, è andato man mano assottigliandosi. Per anni, i media hanno creato un vero e proprio movimento di informazione, per cercare di creare una coscienza comune e un forte senso di appartenenza al nostro pianeta, che sembra rivoltarsi contro gli stessi i quali hanno creato il suo male.
Gli effetti di un continuo aumento del buco nell’ozono sarebbero gravissimi e i cambiamenti climatici sembrano rappresentare il primo di una lunga lista di problematiche che si andrebbero a creare.
Lo scioglimento dei ghiacciai, la distruzione degli habitat della popolazione animale, la difficoltà nella gestione della fotosintesi clorofilliana da parte delle piante presenti sul globo non rappresentano un’utopia in quanto, quotidianamente, è possibile ritrovare esempi di questo genere su ogni piattaforma mediatica esistente.
Sembra però che la gravità della situazione, grazie alle scelte prese dalle alte cariche dei grandi paesi industrializzati, in materia di riduzione di emissioni e di inquinamento, si stia man mano sempre più riducendosi; il buco nell’ozono si è ridotto notevolmente nell’ultimo ventennio e, grazie alle modifiche e ai divieti apportati nel corso degli anni, i famigerati clorofluorocarburi, i gas contenuti nei frigoriferi o anche negli spray, che permettono la rottura delle molecole di ozono e la conseguente creazione del “buco”, sembrano essere un problema ormai accantonato e regolato. Bisogna sempre tenere a mente, però, quali potrebbero essere le conseguenze devastanti per il globo, senza lasciarsi rilassare da queste questi cambiamenti positivi che, nei prossimi tempi, potrebbero portarci a dei miglioramenti effettivi e reali.

Pare che tutto sia nelle mani dell’uomo. Le mezze stagioni non esistono più e sembra che tutti si siano abituati a parlarne come se si trattasse di normalità, di una conseguenza naturale del corso della vita del pianeta. In effetti il buco nell’ozono è andato creandosi inizialmente per cause naturali, ma il suo netto peggioramento è stato unicamente edificato dalla natura dannosa e dalla speculazione dell’uomo, concentrato più negli affari che nella conservazione dei beni naturali e di un pianeta che riesce a donarceli ma che non è più intenzionato a dare chance e possibilità.

La forza della natura è devastante… meglio non farla arrabbiare.

Gennaro Sarnelli

Giornata mondiale del pinguino! Vittima dei cambiamenti climatici, specie in via di estinzione

25 Aprile 2019. Oggi in Italia si celebra la Liberazione, nel mondo “La giornata mondiale del pinguino”.

Si chiamano sfeniscidi. Sono una famiglia di uccelli comunemente noti come pinguini.

Di piccole dimensioni e apparentemente docili, sono concepibili quasi come dei piccoli animali domestici (non a caso tanto amati dai bambini).

Ne esistono 18 specie, dei quali il Pinguino Imperatore è fra tutte quella più conosciuta. L’unica tra le tante in grado di vivere nel gelo antartico per tutto l’anno. Sono in via di estinzione. Loro, proprio come noi esseri umani, hanno un arduo problema da affrontare: i cambiamenti climatici.

Gli effetti del riscaldamento climatico travolgono questa importante popolazione, il cui studio da parte di diversi scienziati ci ha permesso di valutare come il mondo stia cambiando; di come la natura si stia rivoltando contro il nostro equilibrio esistenziale. Già negli ultimi 50 anni, infatti, la colonia dei pinguini imperatori si è notevolmente dimezzata. Gli effetti saranno ancor più travolgenti di fronte ad un aumento di altri 2° C. Entro la fine del secolo, senza casa e senza cibo, per il pinguino imperatore è prevista l’estinzione.

Il riscaldamento globale, in realtà, provoca un effetto dirompente anche sui banchi di krill, la fonte di cibo primaria non solo per i pinguini, ma per ogni specie antartica. L’Antartide è sempre stata una delle regioni più remote e poco alterate dalla presenza umana del mondo, ma gli effetti negativi alla fauna locale saranno sempre più crescenti, considerando che l’uomo si dirige sempre verso i confini inesplorati.

 

La natura non fa sempre miracoli

La natura è miracolosa. Offre vita, ma la deprime se non viene rispettata. Oggi si diventa sempre più sensibili alle tematiche relative alla tutela ambientale, ma forse potrebbe non essere abbastanza. Il WWF affronta questa battaglia dal 1994, in dibattiti nazionali e internazionali. Ha chiesto severamente di abbandonare l’utilizzo dei combustibili fossili, facendosi fautrice di fonti rinnovabili.

Ad oggi, in attesa di concrete iniziative, non ci resta che preservare l’habitat naturale del pinguino che giorno dopo giorno risulta essere minacciato dall’innalzamento delle temperature. Il WWF dà modo a ciascuno di noi di adottarne uno permettendo loro di nutrirsi e riprodursi.

 

In questi duelli Flora contro Fauna, Fauna contro Uomo e Uomo contro Flora, quante pedine ancora dovranno essere colpite prima di trovare un punto di incontro, un vero equilibrio naturale?!

Umberto D’Andrea

I motivi per cui le persone non credono al cambiamento climatico

Il cambiamento climatico è stato messo spesso in discussione come fosse un’opinione – tra i negazionisti del fenomeno contiamo anche nomi celebri come quello di Donald Trump, che definì il cambiamento climatico prima come “bufala” e poi come “fenomeno passeggero”.

Ma perché ci sono tante persone che negano l’evidenza del cambiameno climatico, sebbene decine di studi scientifici ne confermino la veridicità? Questo nuovo fenomeno negazionista è trasversale, e tra le fila di coloro che non credono che il clima stia irreversibilmente cambiando ci sono persone di ogni ceto ed età – cos’è dunque che spinge le persone a negare quella che indubbiamente può essere definita come una comprovata realtà?

 

Scorciatoie mentali

Quando le persone devono prendere una decisione, utilizzano delle “euristiche”, delle scorciatoie mentali che ci permettono di risolvere un problema nel minor tempo possibile ma che, per quanto siano frequentemente utili e ci abbiano permesso di sopravvivere e svilupparci fino a questo punto, spesso ci portano a commettere degli errori.

Secondo Amon Tversky e Daniel Kahneman (premio nobel per l’economia nel 2002) le decisioni delle persone sono il prodotto di tre meccanismi cognitivi: rappresentatività, disponibilità ed ancoraggio.

 

Decisioni Sbagliate

La distanza psicologica dell’evento non permette agli individui di rappresentare accuratamente il pericolo del cambiamento climatico: la distanza spazio-temporale delle conseguenze del cambiamento climatico porta le persone a non consideralo come realmente dannoso, pericoloso o reale. Un vecchio adagio recita “lontano dagli occhi, lontano dal cuore.”, e la psicologia conferma che, spesso, è proprio così: le persone non riescono a percepire il cambiamento climatico come reale o come pericoloso perché i suoi effetti non si manifestano nel presente e non lo faranno nemmeno in un futuro immediato. Questo accade perché il nostro cervello si è evoluto per far sì che rispondessimo più velocemente ed in maniera più efficace a pericoli che possano essere considerati tali per noi; per riuscire a comprendere che il cambiamento climatico sia realmente pericoloso è necessario mettere in atto una rappresentazione mentale più complessa.

Le persone prendono decisioni in base a quanto è stato fatto in passato riguardo ad un problema particolare (disponibilità). Le persone attingono alla propria esperienza personale per comprendere quanto sia probabile un avvenimento – seguendo peraltro meccanismi più emotivi che razionali, considerando i fattori più vividi e che meglio si ricordano molto più di altri che avrebbero uguale importanza ma che, avendo avuto un minore impatto nella vita della persona, non sono così ben conservati nella memoria.

Ricordando meglio la prima informazione ricevuta, e spesso considerandola più attendibile (ancoraggio), in quest’epoca di fake news e di notizie imprecise è facile immaginare che molte persone possano ritrovarsi a sostenere idee sbagliate o non del tutto corrette: nel caso del cambiamento climatico questo meccanismo mentale è purtroppo evidentemente applicato. A rafforzare l’effetto dell’ancoraggio c’è il bias di conferma – fenomeno per il quale tendiamo a dare maggiore rilievo a quelle informazioni che confermano appunto il nostro punto di vista ed ad ignorare quanto invece lo contraddice. L’essere inesperti in un determinato contesto non permette inoltre di accettare facilmente le critiche: l’ormai celebre effetto Dunning-Kruger spiega bene come ad una maggiore esperienza e conoscenza corrisponda la maggiore capacità di riconoscere i propri limiti ed errori, mentre invece ad una minore esperienza e conoscenza corrisponda purtroppo l’incapacità a farlo e dunque alla fossilizzazione sulle proprie posizioni. Le persone, non dotate degli strumenti cognitivi adatti a riconoscere i propri errori, si considerano migliori di altri e non sono disposte a cambiare facilmente idea.

A complicare la situazione, intervengono ulteriori bias cognitivi, errori del ragionamento. L’ottimismo, per esempio, ci porta a sottostimare i rischi effettivi che certe situazioni possono comportare, e questo vale anche per quanto riguarda il cambiamento climatico: la situazione ci appare molto migliore di quella che effettivamente è. La procrastinazione ci porta invece a voler rimandare eventuali sacrifici, anche i più banali, quale potrebbe essere per esmepio fare una semplice raccolta differenziata. Infine, ma non meno importante, è il cosiddetto effetto gregge, che ci spinge ad omologarci alle abitudini prese da altri, seguendo il ragionamento, sbagliato, secondo cui “se tante persone agiscono in un determinato modo, allora sarà certamente giusto far così”.

 

Come cambiare il mondo

Inoltre, il fatto che il problema sia collettivo e non del singolo spinge le persone a considerare il proprio contributo non significativo, ed a delegare ogni responsabilità ed iniziativa alle istituzioni; questo meccanismo viene contrastato da iniziative come quella della giovane Greta Thunberg, perché alle persone arriva il messaggio, ripetuto spesso dalla ragazza, che “Non si è mai troppo piccoli per cambiare il mondo, non sei mai troppo piccolo per fare la differenza.”. Probabilmente, l’astio mosso nei confronti della ragazzina deriva anche da questo suo contraddire questi consolidatissimi e sbagliati meccanismi mentali. Contrastarli è difficile, ma necessario: conoscerli è il primo passo per superarli e iniziare a costruire un mondo migliore, più sano e pulito.

Simona Lazzaro

Soluzioni smart per lo stress ambientale

Per orientarsi su soluzioni di risparmio in termini economici e di gestione aziendale, sono in corso, da qualche anno, proposte e tentativi di “lavoro agile”, definito smart working. Questo concetto vuole rappresentare un’innovazione per le aziende nella gestione della vita privata e del lavoro dei dipendenti: mira a creare miglioramenti nelle performance aziendali, nei costi ambientali e di spostamento a carico e a costruire flessibilità e cooperazione. Per quanto riguarda quest’ultima caratteristica, infatti, è stato introdotto il desk sharing: con questo concetto si supera la classica idea di “scrivania” personale, per arrivare ad una condivisione tra più colleghi della stessa, per favorire confronti tra dipendenti e la creazione di forti motivazioni.

Cosa cambia in termini ambientali?
Ciò che c’è alla base dello lavoro agile è trovare delle soluzioni “smart”, intelligenti, che riescano a creare degli equilibri sani anche dal punto di vista della sostenibilità ecologica. Le aziende, risparmiando sull’energia e sugli spostamenti aziendali dei propri dipendenti, contribuirebbero a non alimentare l’inquinamento e a ridurre le emissioni di CO2.
Immaginate se migliaia di persone non dovessero spostarsi, obbligatoriamente, ogni giorno, per raggiungere i propri uffici; ci sarebbero i miglioramenti effettivi nell’ambiente, nel risparmio energetico, nella riduzione dell’inquinamento delle grandi città causato dalle industrie e dai gas di scarico delle automobili.
Per i più, lo smart working può rappresentare solo un’idea utopica, quasi da film, ma, in Italia, il ministero dell’ambiente è impegnato, dal 2014, in campagne di sensibilizzazione per imprenditori e amministratori aziendali, al fine di creare un’integrazione tra i modelli classici e i concetti nuovi e moderni di lavoro.

Se si può risparmiare, ottimizzare i tempi e le operazioni dei lavoratori e, allo stesso tempo, supportare un’ecologia fin troppo discussa e argomentata da tutti i media, la domanda, che ognuno di noi dovrebbe porsi, è perché non ci si sia ancora adattati a questa tipologia di innovazioni più sane e, sicuramente, più accessibili.

Gennaro Sarnelli

Le nuove misure europee sul consumo della plastica

Anno dopo anno, le immagini ricorrenti di spiagge e scorci marini rovinati dalla piaga dell’inquinamento creato dall’uomo stesso in persona, riempiono non solo le pagine dei tanto amati social network ma dell’Internet in generale. Secondo le stime del WWF il 95% dei rifiuti in mare aperto del Mediterraneo è rappresentato dalla plastica.
Sembra che tutti conoscano concretamente il problema, molti credono di averlo realmente compreso, pochi hanno deciso di sposare la causa, realisticamente nessuno riesce a trovare delle soluzioni e provare a risolvere la questione. Per il bene dell’umanità e per amore del globo e dei suoi beni, sia chiaro.

Le proposte dell’ Unione Europea

Per queste motivazioni, l’inquinamento dell’ecosistema marino causato specialmente dall’utilizzo di prodotti usa e getta di plastica, è diventato argomento di dibattito anche alle sessioni del parlamento europeo di Strasburgo. La discussione parlamentare è stata incentrata su gli ultimi dati raccolti a riguardo, specialmente sulla constatazione del fatto che solo il 30% di 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, di tutta l’Europa, sia davvero riciclabile. Le votazioni, che hanno visto 571 deputati a favore della proposta di controllare e gestire al meglio la situazione, hanno portato alla messa al bando, entro il 2021, di prodotti di plastica usa e getta, come ad esempio cotton fioc e stoviglie fatti di questo materiale. Queste sono alcune delle nuove risoluzioni create dai parlamentari, insieme con la fabbricazione di prodotti fatti con materiali sostenibili e perfettamente riciclabili, anche per quanto riguarda il mondo della pesca. Dopo le disposizioni del 2015 che riguardano l’abolizione dei sacchetti di plastica dal commercio, l’UE sembra essersi accorta ulteriormente della rovina che si sta progressivamente creando nei suoi mari e sulle coste dell’Europa intera, un disastro che farà ogni giorno sempre più fatica a cessare di esistere.
Sarà impegno di ogni nazione membra cercare di ridurre drasticamente l’utilizzo della plastica, al fine di provare a salvare quell’ecosistema, flora e fauna comprese, che chiede disperatamente aiuto, da quasi mezzo secolo.

Essere partecipi significa contribuire

Le campagne di sensibilizzazione da parte di organizzazioni interessate alla salvaguardia del mar Mediterraneo e delle specie animali che lo popolano, con le numerosissime petizioni lanciate dalle stesse per creare un movimento compatto di consapevolezza, come quella del WWF “#stopplasticpollution”, che prevede la creazione di un Trattato Globale per una risoluzione concreta di questa problematica, soprattutto non unicamente chiacchierata, non sembrano ancora aver creato gli effetti aspettati. La pressione da parte di queste organizzazioni sembra essere ulteriormente aumentata a causa della mancanza di impegni significativi da parte delle autorità, confidando in un intervento tempestivo, nella speranza di un miglioramento generale del livello di inquinamento delle acque continentali.

E tu, non lo cercheresti un modo per provare a mantenere la tua casa sempre pulita ?

Gennaro Sarnelli

Il Giappone in pillole: lezioni di ecologia e senso civico

Immerso in paesaggi naturali e panorami mozzafiato, circondato dall’Oceano Pacifico, tra isole vulcaniche e montuose, l’arcipelago del Giappone e gli abitanti che lo popolano puntano sulla tutela e la conservazione dell’ambiente e dei suoi patrimoni. I problemi ambientali sono stati all’ordine del giorno sin dagli anni 90: infatti nel 1993, con la promulgazione della Legge fondamentale per l’ambiente, è stata scandita precisamente la volontà di mettere un punto fisso all’inquinamento e allo smog dei grandi centri abitati giapponesi. Questa soluzione ha portato al paese, oltre che il beneplacito delle organizzazioni per la lotta all’inquinamento, numerosi miglioramenti: ce ne sono stati dal punto di vista del risparmio energetico, nella limitazione di emissioni industriali, nell’informazione e promozione del riciclaggio e in altre dinamiche risolutive nella vita quotidiana di ogni cittadino. Inoltre, dal 2011, a distanza di pochi mesi dal disastro di Fukushima, dove, a causa del terremoto e maremoto del Tōhoku, ci furono quattro esplosioni della sua centrale nucleare, con il seguente sversamento in mare di rifiuti e scarti tossici, grazie all’intervento di Greenpeace e attraverso manifestazioni che hanno mobilitato tutta la popolazione è stata messa in discussione e in risalto la gestione dei rifiuti industriali e la questione dell’inquinamento che ne deriva.

SE SPORCHI, PULISCI

La grande civiltà della società Giapponese insieme con i suoi valori, tramandati di generazione in generazione, hanno permesso che un processo di informazione e di tutela dei suoi beni naturali fosse portato a compimento in ogni sua forma. Un esempio lampante della trasmissione di questi valori è stato quello dei mondiali del 2018, quando i tifosi della compagine nipponica, al termine di ogni partita, erano soliti rimanere all’interno dello stadio fino a quando non fossero stati ripuliti interamente i settori da loro occupati da ogni genere di immondizia e sporcizia create, durante il match al quale assistevano; quelle immagini, che hanno fatto il giro del mondo, rappresentano una questione di mentalità completamente differente, a volte opposta rispetto alla visione occidentale, totalmente lontana dalla pura visibilità mediatica, con l’intenzione di lasciare un messaggio ben preciso.
Un consiglio da accettare e da non sottovalutare.

UN SOGNO CHE DIVENTA REALTA’

Tokyo ospiterà i Giochi della XXXII Olimpiade; in vista di questa vetrina e di questo grandissimo evento che vedrà la capitale nipponica protagonista di una vastità di scambi culturali, il Giappone si è impegnato nella creazione e nel lancio sul mercato, dal 2015, di autobus e di un’automobile “a celle combustibili”, che utilizzano come carburante l’elemento più presente sulla superficie terrestre, l’acqua. Queste vetture ad idrogeno  rappresentano un grandissimo traguardo per la tecnologia Giapponese,in linea con i processi di informazione e con il sistema di valori promulgato nel corso dei decenni dalle autorità per la popolazione. Con soli cinque kilogrammi di idrogeno, per quanto riguarda le automobili comuni, sarà possibile percorrere circa cinquecento kilometri, una scelta che non si può considerare del tutto economica ma che potrebbe portare ad un alleggerimento nei processi di inquinamento, specialmente nel campo delle emissioni. Solo da quest’anno sarà possibile trovare “Mirai”, questo è il nome del prodotto automobilistico costruito ad hoc per ambientalisti e non, sul mercato italiano, grazie anche all’installazione di due distributori d’idrogeno (per il momento presente solo a Bolzano).

 

In una società inquinata dal puro scopo di lucro, questa lezione oltreoceano di civiltà e di appartenenza al proprio territorio dovrebbe motivare ognuno di noi a trovare, nel proprio piccolo, delle soluzioni nel quotidiano, per rendere le strade delle nostre città più pulite e visibilmente più curate, e perché no, provare ad essere sempre meno inquinatori di un mondo alla deriva. Il Sol levante ha molto da insegnare a chi, con la giusta apertura mentale, abbia voglia di dare una svolta nella vita di tutti i giorni, per la salute degli esseri viventi e dell’ambiente.

 

Gennaro Sarnelli

Una fattoria solare a trentasemila chilometri dalla terra: così la Cina vuole costruire entro il 2030 una stazione energetica solare

In un mondo che consuma sempre più energia elettrica la Cina ha un progetto ambizioso: quello di utilizzare l’energia solare “catturandola” direttamente nello spazio, dove i pannelli solari potrebbero avere un’ottimizzazione decisamente maggiore rispetto a quelli terrestri: secondo le stime, saranno otto volte più efficienti. Senza l’atmosfera a fare da schermo alla luce del sole, senza che fenomeni atmosferici interferiscano con la raccolta di energia, si calcola di poter raccogliere un flusso stabile di circa duemila GW di elettricità. L’assenza di atmosfera aumeterà l’efficienza dei pannelli solari del 36%, e l’assenza dell’alternanza del giorno e della notte la raddoppierà.

 

Energia pura e pulita

Dal 2021 la China Academy of Space Technology Corporation ha intenzione di iniziare le sperimentazioni presso Chongquing con l’obiettivo di creare un prototipo entro il 2025, per arrivare poi, entro il 2030, alla costruzione a trentaseimila chilometri dalla terra di una stazione energetica solare. La stazione sarà costituita da migliaia di satelliti ricoperti da pannelli solari e, una volta assemblata nello spazio, la fattoria solare sarà inserita in un’orbita geostazionaria – la sua velocità di volo coinciderà con quella della rotazione terrestre. I satelliti costituirebbero uno sciame conico che convoglierebbe l’energia raccolta attraverso un fascio di microonde ad alta intensità sulla Terra, dove sarebbe convertito poi in energia elettrica utilizzabile, inesauribile ed assolutamente pulita. Il costo per la costruzione della fattoria solare potrebbe aggirarsi intorno ai nove miliardi di euro e potrebbe iniziare a raccogliere energia a scopo commerciale dal 2040.

 

Rischi e limiti di un ambizioso progetto

Il progetto non è nuovo, ma viene periodicamente proposto dal 1960. A frenare gli entusiasmi sono state le difficoltà logistiche che accompagnerebbero la costruzione della stazione e le non del tutto dissipate preoccupazioni sugli effetti che il raggio di microonde potrebbe avere sulle strutture e sugli abitanti del nostro pianeta.

Ad oggi, trasportare i materiali nello spazio sarebbe un’operazione complicata e costosa: per questo, gli scienziati cinesi hanno proposto l’utilizzo di stampanti 3d per la creazione dei componenti necessari alla creazione dei pannelli fotovoltaici direttamente sul luogo. Inoltre, secondo alcuni esponenti della JAXA – Japan Aereospace Exploration Agency – la costruzione della struttura da parte dell’equipaggio potrebbe essere ad alto rischio, ed infatti “una fase chiave del programma sarà lo sviluppo di sitemi robotici in grado di assemblare autonomamente tutti i componenti della grande struttura orbitale.”.

Pang Zihao, ricercatore della China Academy of Space Technology, ritiene inoltre che sia necessario studiare gli effetti a lungo termine del raggio a microonde che porterebbe l’energia solare sul nostro pianeta, sebbene altri studiosi abbiano stimato che la potenza del raggio non dovrebbe essere superiore a quella del sole al mezzogiorno di un giorno estivo.
Scienziati cinesi e americani puntano sulla trasmissione dell’energia solare tramite queste microonde, ma gli studiosi russi propongono di raccogliere l’energia attraverso un laser. Se nei decenni precedenti il laser era stato nei progetti infatti considerato meno efficiente delle microonde e per questo scartato, adesso attraverso l’utilizzo di materiali come il gallio – che trasferisce energia elettrica con un’efficienza che va dal 40% al 70% – rende appetibile anche quest’altra modalità, che forse potrebbe avere meno effetti sul nostro pianeta.

Indubbiamente, il progetto cinese ha un sapore eccitante e fantascientifico. Nonostante la sua realizzazione potrebbe incontrare notevoli difficoltà e nonostante siano necessari ancora almeno dieci anni di esperimenti e tentativi, la raccolta di energia solare nello spazio potrebbe essere una delle migliori soluzioni per contrastare l’inquinamento e gli effetti del cambiamento climatico.
Simona Lazzaro

Le fonti di energia che illuminano la nostra casa e il nostro ufficio. In Italia, da dove derivano?

Le fonti di energia

Dopo il referendum del 2011 che ha escluso la possibilità di far ricorso a sistemi di sviluppo di energia nucleare in penisola italiana, oggi fonti certe sul territorio nazionale derivano da 3 fattori: utilizzo delle energie rinnovabili, non rinnovabili e quelle prodotte tenendo conto dell’acquisto di fonti esterne (si fa riferimento alle importazioni di combustibili fossili).

È già in corso dagli anni ’80 un programma di “decarbonizzazione”, in quanto tale risorsa è stata valutata notevolmente inquinante; e volendo mirare ad una produzione energetica più pulita (che spesso definiamo “green”, potendo favorire la tutela dell’ambiente), si possono utilizzare fonti non rinnovabili (i combustili fossili) e fonti rinnovabili (quali acqua, vento, sole e forza geotermina).

 

Nonostante le innumerevoli modalità con cui è possibile produrre energia sostenibile, meno della metà della produzione lorda di energia elettrica (circa il 37%) deriva dal settore delle rinnovabili. Eppure, i combustibili fossili non sono una risorsa inesauribile. Il carbone, infatti, potrà durare ancora un secolo; il petrolio, invece, altri 85 anni; l’ambiente chiede aiuto; e le condizioni di salute dell’uomo trasmettono un evidente segnale. Difatti il petrolio, il gas naturale e il carbone sono risorse preziose per alimentare il processo di produzione energetica delle centrali termoelettriche.

Volendo ridurre l’impatto inquinante sull’ambiente, si preferisce il gas metano agli altri combustibili. L’Italia è il terzo maggiore importatore al mondo di gas metano. Tale risorsa deriva in gran parte dalla Libia, Algeria e Russia. Le conseguenze di tali importazioni hanno un impatto non di poco conto sul prezzo dell’energia elettrica. Non a caso, infatti, l’Autorità dell’energia stabilisce condizioni contrattuali e economiche nel mercato di maggior tutela, condizione che cesserà di esistere a partire dal 1° luglio 2020.

 

 

Le centrali elettriche

Nelle centrali avviene la produzione di energia elettrica. È possibile distinguerne 6 di tipologie, ciascuna in base alla fonte primaria che viene utilizzata e poi dal rendimento, numero di trasformazioni effettuate, dalla collocazione geografica e dal tipo di macchinari presenti.  L’alternatore è il macchinario che opera per la produzione di elettricità. Il suo utilizzo si sostanzia in una effettiva trasformazione di energia meccanica in energia elettrica. La turbina, infatti è il macchinario collegato all’alternatore per produzione di energia meccanica che verrà trasformata. La turbina è distinguibile in base alla risorsa che alimenta il suo funzionamento. Si parla di turbina idrica quando la risorsa che si sfrutta è il movimento dell’acqua marina o fluviale; a vapore se, attraverso il riscaldamento dell’acqua, si fa ricorso ai movimenti di vapore; eolica se alimentata dal vento.

A seconda della fonte utilizzata distinguiamo le seguenti centrali elettriche:

  • Centrali nucleari: con il referendum del 2011, è stata esclusa questa opportunità sull’intero territorio nazionale;
  • Centrali eoliche: attraverso l’utilizzo della velocità del vento. La prima in Italia risale al 2002, La centrale eolica di Alta Nurra, costata ben 6 milioni di euro e che rappresenta da sempre una realtà produttiva molto importate della Sardegna Nord-occidentale;
  • Centrali idroelettriche: messe in funzione grazie al movimento dell’acqua. Presenti su quasi tutto il territorio nazionale. La prima fu costruita a Isoverde in provincia di Genova nel 1890;
  • Centrali Solari: attraverso lo sfruttamento di energia solare. Le più grandi centrali fotovoltaiche nel mondo sono presenti in Germania, Italia e Canada;
  • Centrali geotermiche: quelle che sfruttano il calore naturale derivante dai vapori geotermici contenuti nel sottosuolo. Sono presenti in Veneto, in Friuli, in Sicilia occidentale, nelle Isole eolie e di Pantelleria, nei Campi Flegrei e Isola d’Ischia nell’area napoletana;
  • Centrale termoelettrica: sono senz’altro gli impianti più utilizzati attraverso lo sfruttamento di petrolio che viene bruciato per la produzione di calore. Tale operazione garantisce il riscaldamento di una caldaia che permette di trasformare l’acqua presente nelle tubature in vapore. È tale vapore in pressione, poi, viene portato nella sala macchine convogliando sulle pale delle turbine, ponendole in moto di rotazione. Sono distribuite in buona parte sul tutto il territorio nazionale.

Umberto D’Andrea

Il paese della geotermia e degli elfi: tra innovazione e tradizione, l’Islanda è un verde paradiso

Prima nell’elenco di nazioni che ha quasi azzerato l’emissione di CO2, l’Islanda è pioniera negli studi sulla geotermia pur rimanendo ancorata alle proprie tradizioni.

Secondo l’edizione del 2018 dell’Enviromental Performance Index (indice di sostenibilità ambientale, anche detto EPI), che stila una classifica delle nazioni in base al loro impegno ecologico, l’Islanda si conferma ai primi posti. La classifica, realizzata dalle università di Yale e Columbia in collaborazione con il Forum Economico Mondiale e il Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea, prende in considerazione molti parametri che considerano sia la salute ambientale – quindi la qualità dell’aria, l’impatto sulla salute, l’acqua e la potabilità – che la vitalità dell’ecosistema – che comprende la salvaguardia della biodiversità, delle fonti d’acqua e delle foreste, le modalità con cui viene prodotta energia e di pesca – e l’Islanda ha brillato in molti di questi. L’Islanda si classifica prima nell’elenco di nazioni che utilizzano quasi esclusivamente energie rinnovabili e che hanno quasi del tutto azzerato l’emissione di CO2: grazie alle caratteristiche climatiche ed alla conformazione del territorio la quasi totalità dell’energia elettrica necessaria a rifornire famiglie ed aziende proviene infatti da centrali idroelettriche (per il 73%) e dalla geotermia (27%). L’Islanda stima di poter diventare completamente carbonfree entro il 2050.

Gli studi pionienistici sulla geotermia

La geotermia rifornisce oltre il 90% delle case e dei sistemi di riscaldamento islandesi. Negli ultimi anni sono stati fatti numerosissimi passi avanti per ottimizzare la trasformazione del calore della terra in energia elettrica. L’Islanda, paese più vulcanico ha avviato pionieristici studi riguardo l’ultilizzo non di roccia solida, ma di magma per la produzione di energia, e, attraverso l’Iceland Deep Drilling Project (IDDP) si cerca di migliorare questo sistema. Perforando la crosta terrestre fino ad una profondità di cinque chilometri nella regione di Reykianes, dal 2016 sono iniziate le sperimentazioni e studi a riguardo sono ancora in corso: cercando di raggiungere materiale a temperature comprese tra i 400 e i 1000 gradi celsius, molto più prossimi al magma, si otterrebbe un’efficienza decisamente ottimizzata, riscaldando cinquantamila abitazioni invece che cinquemila, ottenendo dunque grandissime quantità di energia ad impatto ambientale decisamente ridotto. Lo studio, nato per caso, quando nel 2009 venne accidentalmente perforato un serbatoio di magma a due chilometri dalla superficie terrestre, è particolarmente innovativo per la fluidità del sistema su cui la trivellazione va ad agire. La sperimentazione, come ogni altra, non è esente da rischi: perforando la crosta terrestre si potrebbero toccare i serbatoi magmatici, generando terremoti di entità indefinibile. Il modello, parzialmente finanziato dall’Unione Europea, potrebbe essere replicato con successo in altri paesi caratterizzati da una massiccia presenza di vulcani, tra cui l’Italia.

Tra rispetto della natura e folklore: storia degli elfi in Islanda

L’Islanda tuttavia non si limita all’utilizzo ed alla ricerca di fonti rinnovabili ad alta efficienza, ma è un paese che riduce al minimo il proprio impatto ambientale. Fece particolarmente scalpore, nel 2016, la notizia dell’annullamento della costruzione di una superstrada per salvaguardare un’area naturale che, attualmente, è ancora incontaminata. Uno dei motivi per cui la costruzione è stata annullata è stata la convinzione degli abitanti secondo la quale in quelle aree vivano degli elfi. Circa l’ottanta percento della popolazione islandese crede infatti all’esistenza del piccolo popolo, mentre il restante venti percento, alla domanda diretta: “Credi negli elfi?” risponde, semplicemente: “Perché no?”. Esiste addirittura una scuola i cui corsi trattano esclusivamente di elfi e creature magiche: le leggende, in Islanda, sono davvero una faccenda seria. Ad Hafnarfjordur è presente una mappa dove sono indicati tutti i luoghi dove è possibile vedere un elfo.

Secondo la leggenda, gli elfi sono figli di Eva, la progenitrice degli uomini. Dio un giorno comunica ad Eva di una sua imminente visita, durante la quale avrebbe voluto conoscere tutti i suoi figli: la donna cerca di preparare al meglio tutti loro, lavandoli e sistemandoli, ma Dio si presenta prima che possa aver finito. Allora, affannata e disperata, chiude i figli non ancora preparati nell’armadio. Dio chiede allora ad Eva: “Sono questi tutti tuoi figli?”, e alla risposta affermativa della donna, dice: “Allora quel che è invisibile a me sarà invisibile anche agli uomini.”. All’udire queste parole Eva corre verso l’armadio e ne spalanca le ante, ma non vede più i suoi figli: sono diventati Huldfòlk, il popolo nascosto. Da allora, gli elfi sono visibili soltanto ai puri di cuore. Sembra, inoltre, che ne esistano diverse specie: a dicembre sarebbe possibile vedere gli elfi del Natale, chiamati Jolaisvenar.

Ogni casa Islandese, nel suo giardino, ha tre casette di legno in miniatura, vicine, affinché gli àlfar, gli elfi, possano dimorarvi e trovarvi riparo. Il popolo invisibile non è, secondo la tradizione, ostile agli esseri umani, ma, nel caso in cui la loro casa e i loro territori venissero deturpati dalla mano dell’uomo, potrebbero far sentire la loro disapprovazione. Ed ecco allora che le superstrade vengono annullate o deviate, che viene chiesto il permesso al piccolo popolo prima di costruire qualsiasi infrastruttura e che neanche una pietra possa essere eliminata: secondo un’altra leggenda, infatti, gli elfi, se toccati dalla luce del sole, si trasformerebbero in massi – secondo alcune fonti, non si tratterebbe degli àlfar ma dei troll; ad ogni modo, anche i ciottoli sono dunque meritevoli di rispetto per gli Islandesi.

Un fascino incontaminato e selvaggio

Chiunque visiti l’Islanda resta incantato dall’ambiente incontaminato, scosso da fenomeni naturali violenti e dall’aspetto davvero quasi magico: la fotografa spagnola Bego Antòn, che insegna a Madrid e Barcellona, ha pubblicato un libro, intitolato “The Earth is Only a Little Dust Under Our Feet” e pubblicato da Overlapse, in cui raccoglie i suoi scatti dell’Islanda, che diventano l’occasione ed il mezzo tramite cui raccontare i miti di quella terra. “Ci sono elfi in Islanda.” scrive nella prefazione. “E anche fate, unicorni, troll, nani della spiaggia, spiriti d’acqua, di montagna e fantasmi. Gli islandesi non lanciano pietre nell’aria, per paura di colpire uno di questi esseri misteriosi. Non saltano sulle pietre, nel caso un huldufolk vivesse all’interno. […] Ho viaggiato da nord a sud e da est a ovest attraverso l’isola, alla ricerca dei luoghi in cui vivono questi esseri magici. Principalmente stavo cercando le persone che riescono a vederli, chiedendo a ogni distributore di benzina, biblioteca, negozio di alimentari o hotel se c’era qualcuno nella zona che poteva comunicare con gli Esseri della Terra. Se c’è un posto in cui credere nella magia, l’Islanda è quel posto”.

Sebbene il resto d’Europa sia scettico riguardo l’esistenza del piccolo popolo è innegabile che questo loro rispetto per gli elfi si traduca anche in un rispetto per l’ambiente, ancora oggi tutelato e preservato. La tendenza alla salvaguardia dell’ambiente e dello spirito ecologista che è proprio dell’Islanda è unico, e forse è davvero frutto di una magia opera del piccolo popolo. Per quanto riguarda l’aspetto ambientalista noi tutti dovremmo ispirarci a questo paese davvero magico, dove anche l’impossibile – dagli elfi alla geotermia – può diventare realtà.

Simona Lazzaro